La Traversata Carnica, un lungo pellegrinaggio di tre giorni attraverso due regioni e due nazioni

 

di Omar Gubeila

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Ho camminato a lungo seguendo il mio istinto, sui sentieri delle Alpi che richiamano ogni anno ed in tutte le stagioni migliaia di appassionati, come me, nelle terre alte.

Ho camminato accompagnato da tanti e l’andare s’è fatto lieto: fatiche sorrette dalla chiacchiera, percorrendo tratturi e sentieri assieme a variegati serpentoni di amanti delle cime, dei boschi, dei torrenti. Ma a volte, ai suoni dei sentieri alla moda di montagne rinomate e blasonate, preferisco immergermi solitario in territori e spazi in cui l’escursionismo riscopre i silenzi di una montagna incontaminata, tralasciata dalla folla.

 

La Traversata carnica è un percorso di tipo escursionistico che in più tappe cavalca in quota tutta la dorsale della catena Carnica principale.

 

Alpi Carniche, estremo Nord Est d’Italia. Vengono alla fine dei massicci più titolati, delle montagne più conosciute. Confinanti delle Dolomiti protette dall’Unesco, quassù non nevica firmato come dice Mauro Corona nei suoi scritti. Le ultime montagne anche nella cantilena che imparavamo ai tempi delle scuole “ma con gran pena le reCA giu”.

 


 

 

Del lungo percorso interessato dalla traversata carnica, sono circa 180km, il tratto di maggior interesse è senza dubbio quello che si snoda attraverso i gruppi con le cime più alte della catena: Peralba, Avanza, Volaia, Coglians e Cjanevate. L’essenza delle nostre montagne è qui, e forse anche le radici della nostra patria. Radici che si bagnano nelle acque del fiume Piave, il fiume patrio.

CalviL’escursione qui proposta comincia accanto al Rifugio Sorgenti del Piave, lasciando la lunga strada serpeggiante che da Sappada sale fino ai verdi alpeggi di quota 1800m, al di sotto delle slanciate pareti meridionali del Peralba.

La prima giornata è volta al raggiungimento del Rifugio Pier Fortunato Calvi, sito a quota 2164m. Dal parcheggio già si vede la sagoma del rifugio, al di sotto di quella incredibile guglia grigia chiamata Pic Chiadenis.

Peralba, dalla pietra nei toni chiari che colora le sue pareti. Verticalità di roccia dove generazioni di alpinisti carnici hanno scritto nella storia vie diventate classiche: Roberto Mazzilis e Sergio De Infanti, su tutti. Le tinte delle rocce sanno di rosato man mano che ci si inerpica verso il rifugio, in questa zona infatti si estraeva nel passato il pregiato marmo denominato “fior di pesco Carnico”, dai toni rosa e pesco, frutto pregiato di questa terra. Salire al rifugio potrà essere fatto in maniera più lenta, seguendo la strada di servizio dello stesso, o più direttamente lungo il sentiero delle marmotte

Renata, la gestrice, saprà accogliere il viandante nella calda atmosfera del rifugio Calvi, ma la giornata appena cominciata va coronata con la salita alla cima del Peralba attraverso la normale che ne risale il versante Nord. Ribattezzato come “il sentiero del Papa”, l’escursione che porta a calcare la cima più alta della zona è stata salita da Giovanni Paolo II° nel 1988 dopo la sua improvvisa comparsa in zona. Numerose le fotografie dell’evento appese alle pareti del rifugio che ritraggono il Papa alpinista intento nell’ascesa di questa montagna sulla cui cima vigila una statua della Vergine. La cima può essere raggiunta anche dal versante orientale utilizzando le attrezzature della ferrata Sartor, chiudendo poi l’anello lungo la normale settentrionale dedicata al beato pontefice.

Il sole che tramonta dietro alle Dolomiti è uno spettacolo che difficilmente lascia indifferenti; dalla terrazza del rifugio Calvi gli ultimi raggi di sole giungeranno dalle cime Dolomitiche.

La seconda giornata di questo “concentrato di Alpe carnica” comincia con la facile ascesa al passo di Sesis, sella di confine tra Veneto e Friuli, porta d’accesso alle verdi distese delle valli di Fleons e di Sesis. La lunga discesa solitaria della valle di Fleons sarà accompagnata dalla visione superba della parete Nord della Cima Cacciatori, una lavagna bianca in netto contrasto con il verde dell’erba e il blu del cielo. Delle malghe di Fleons resiste solo la bassa, monticata nella stagione estiva e testimone del tempo che fu e della vita dura e genuina che quassù si viveva. Transitare nei pressi della casera Sissanis è vedere l’altra faccia di una medaglia, quella delle numerose strutture d’altura oramai abbandonate a se stesse e all’oblio del tempo.

 

Risalita la solitaria ed incassata valle di Sissanis le distanze si fanno panorama al valico di quota Pascoli, in vista del Lago Pera e della Creta di Bordaglia. Quassù l’ombelico delle montagne di Carnia è rappresentato dal laghetto di Bordaglia, piccolo specchio d’acqua dalla stupefacente bellezza, inserito all’interno di una conca verde e silenziosa. Oasi faunistica, oasi di silenzio. A parere personale il posto più bello delle Alpi Carniche, merita una pausa rigenerante.

Risalendo le ghiaie della creta di Bordaglia non sarà difficile incrociare con lo sguardo qualche esemplare di camoscio intento a pascolare sotto alle rocce della cima Spina Pesce o nei pianori di Passo Giramondo. Passavano di qua anche i Cramaars, un tempo, venditori ambulanti costretti dalla miseria a commerciare le loro merci nelle terre d’Austria e Germania.

Il passo segna il confine tra Italia ed Austria. Qua si combatté la guerra di montagna della fronte Orientale. Molti, sul terreno, sono i segni di questo orribile conflitto rimasti intatti a distanza di un secolo.  Caverne e baraccamenti, gli unici alberghi in quota per quei poveri soldati.

 

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Scendiamo nelle terre della Carinzia lungo boschi d’abete all’ombra delle pareti settentrionali dei Monti di Volaia. I forti contrasti di queste montagne continuano prepotenti, la strada che porta al valico del Lago di Volaia, salendo lenta, concede tempo per guardarsi attorno. Questo anfiteatro ha la capacità di contenere all’interno dello stesso quadro i toni cupi delle aspre pareti scure del Volaia e del Sasso Nero, i chiari dei persistenti nevai basali, gli sgargianti verdi dei prati tinteggiati dai gialli delle arniche in fiore o dalle macchie fuxia dei numerosi cespugli di rododendro alpino.

In vista delle pareti del Lastrons del Lago e del Coglians, vetta regina del Friuli Venezia Giulia, rientriamo in territorio italiano costeggiando un altro gioiello alpestre: il lago di Volaia. Al Rifugio Lambertenghi-Romanin, eretto in tempo di guerra poco sotto la displuviale di confine, i giovani ed entusiasti gestori, guidati da Giulia, ci aspettano per farci gustare le specialità tipiche della Carnia all’interno di un ambiente familiare e confortevole.

 

 

Quando l’ultima luce del giorno cala, l’atmosfera si quieta e le acque del lago parlano con le rocce della conca. Raccontano di ere geologiche nei tempi andati in cui quassù tutto fu mare, conchiglie e pesci. Ricordano le dure battaglie degli eserciti che in tempo di guerra perdurarono quassù in tutte le stagioni, con i metri di neve a ricoprire le ferite delle granate negli inverni più duri, come quello del 1916.

Quei racconti si sono fatti percorso ed attrattiva per chi, curioso di conoscere le vicende di questi luoghi, vuole prendersi il tempo di percorrere le trincee all’aperto che le associazioni hanno meticolosamente ricostruito nei pressi del Passo di Volaia.

Altra attrattiva, in territorio austriaco, è il percorso del Geo Trail destinato alla conoscenza dei fenomeni geologici. Tutto viene esplicato in sito con tabelle predisposte allo scopo. Guardando bene a terra non sarà poi così difficile scovare tra le pietre dei ghiaioni qualche conchiglia fossilizzata.

 

 

Il terzo giorno il trekking continua contornando le rocce del Coglians, la montagna più alta del Friuli Venezia Giulia, scendendo all’inizio oltre il Rifugio Lambertenghi-Romanin ed intercettando in breve il sentiero attrezzato “Spinotti”. Tale sentiero, dalla fama indiscussa per la percorrenza sulle sue rocce della staffetta internazionale della 3 Rifugi, aggrada per il sentore alpinistico dell’ascesa. Ad una prima scala di legno incassata all’interno di uno stretto canale, seguono attrezzature e pioli che guidano nella salita  di questa parte di montagna chiamata “Coston di Stella”. La percorrenza del sentiero attrezzato Spinotti non presenta difficoltà insormontabili, basteranno così un imbraco per la progressione, giudizio e rispetto per garantire una bella esperienza da portare nei ricordi di questi giorni.

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Superato il tratto alpinistico la via verso il Rifugio Marinelli è lesta e si svolge lungo le terrazze erbose e calcaree di questo angolo di montagna carnica. Il Marinelli appare all’improvviso girato l’angolo dei prati sotto al Pic Cjadin, siamo a quota 2120m. Dal piazzale del rifugio la vista s’è ampliata sull’alta valle del But e sulle pareti della Creta della Cjanevate, paragonata da alcuni a quelle della ben più nota Marmolada. Lasciati i pesi in surplus, i più tenaci possono mirare a raggiungere la cima del Monte Coglians risalendo la dorsale retrostante il rifugio fino alla forcella Monumenz. Da qui, per lungo ghiaione, la quota salirà man mano così come i panorami sul Friuli intero. La campana di vetta suona a 2780m, cima Coppi di questa attraversata.

Rifugio MarinelliCaterina, giù al rifugio, saprà allietare una serata all’insegna dell’allegria, dai toni scanzonati per dimenticare le fatiche di una giornata sicuramente appagante.

Ultimo giorno, ultimi sforzi. Meta di arrivo il Passo di Monte Croce Carnico che si intuisce in fondo ai vasti prati verdi, oltre il vallone della Cjanevate. Divalliamo negli spazi incontaminati delle “acque nere”, nei rabarbari alpini nati dove un tempo il bestiame albergava alla distrutta casera Monumenz.

Il caratteristico passaggio della “scaletta”, che permette di lasciarsi alle spalle il vallone della Cjanevate, risale con scalette e pioli un suggestivo anfratto fino al pulpito dello “Stivale” sotto alle rocce della Creta di Collina. Questa cima, seppur da qui non visibile, è un’altro simbolo dell’alpinismo carnico, individuabile già dalla bassa pianura friulana e da qui riconoscibile per l’inconfondibile sagoma.

Passo Monte Croce è ora vicinissimo. I rumori della civiltà, sempre più vicini, segnano il traguardo del nostro trekking che termina al Passo di Monte Croce Carnico, confine italo-austriaco che fu uno dei siti più importanti durante la prima guerra mondiale costituendo un punto nevralgico a lungo conteso.

 

 

 

 


Pace, una bella parola che a cent’anni ha forse assunto significati ulteriori e profondi. Come quella vissuta negli ultimi 4 giorni in questa traversata dai colori, sapori e odori unici.


 

 

 

 

 

la prima tappa dal rifugio Calvi al Lambertenghi:

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la seconda tappa dal rifugio Lambertenghi al rifugio Marinelli:

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la terza tappa dal rifugio Marinelli a passo monte croce carnico:

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